Le Avventure di Sinuhe – Parte III

Molto altro mi fu donato per l’affetto che si aveva per me; da parte sua mi mise a capo di una tribù nella migliore delle sue terre. Venivano preparati per me molti pani ogni giorno, e il vino mi era donato ogni giorno, vrniva cucinata la carne, arrostito il pollame, buono come il caldo nel deserto. Veniva cacciato e cucinato per me, oltre a quello che cacciavo da solo. Venivano cotti molti dolci e preparato ogni formaggio per la mia tavola.

Passai così molti anni, i miei pargoli divennero uomini forti, ciascuno a capo dei una tribù. Gli emissari che andavano a nord o si dirigevano a sud si fermavano presso di me. Chiunque venisse era ben accolto. Davo acqua agli assetati; indicavo la via a chi si era perso; rifondevo chi era stato derubato. Quando gli asiatici cospirarono contro il comandante delle terre montuose, mi opposi loro. Fu così che il comandante di Retenu mi fece condurre numerose missioni come generale delle sue truppe. Ogni tribù delle colline su cui marciai venne sconfitta, conquistando i loro pascoli ed i loro beni. Li depredai del bestiame, scacciai i loro clan, divisi il loro cibo, ed uccisi molti uomini con le mie forti braccia, col mio arco, con le mie mosse e con le mie tattiche ragionate. Conquistai il cuore del mio signore e lui mi volle bene, poiché riconobbe il mio valore. Mi mandò a capo dei suoi figli, perché vide la forza delle mie braccia.

Allora venne un campione da Retenu,

per sfidarmi nella mia tenda.

Un eroe senza pari,

egli era calmo e posato in tutto.

Diase che avrebbe voluto battersi con me,

aveva pianificato di sconfiggermi,

voleva decimare il mio bestiame

per la gloria della sua tribù.

Il comandante conferì con me, e gli dissi: “Io non conosco quest’uomo; non sono un suo alleato, potrei marciare sul suo campo. Non sono mai entrato nelle sue stanze, ne ho scavalcato i suoi recinti. Egli è invidioso, poiché mi vede compiere azioni in tuo nome. Sono invece come un potente tori che corre sulla tua strada, quel toro dalla grande carica, quello che colpisce con le sue lunfhe corna. È sempre meno amato colui che è più in alto. Nessun asiatico diviene amico di un uomo del delta. E come può un papiro distruggere una montagna? Se un toro ama combattere, un toro vincitore dovrebbe ritirarsi per timore di essere sconfitto? Se vuole battersi, lasciamo che esprima il suo desiderio. È un dio che sa cosa ordina, o un uomo a sapere cosa vuole?”

Nella notte preparai il mio arco, scelsi le mie frecce, mi allenai con la mia daga, lucidai le mie armi. Quando albeggiò Retenu venne. Aveva riunito la sua tribù; aveva raccolto i vicini abitanti; era intenzionato a combattere.

Venne verso di me mentre aspettavi, avendomi posto al suo fianco. Ogni cuore tremava per me; le donne piangevano. Tutti i cuori tremavano chiedendosi: “Esiste uomo che possa batterlo?” Egli raccolse la sua ascia da battaglia e lo scudo, privo di proiettili da lanciarmi. Dopo aver lasciato che le sue armi mi venissero incontro senza colpirmi, lasciai che le sue frecce mi passassero vicine senza sortire alcun effetto, una dopo l’altra. Quindi, quando tentò di caricarmi, lo colpii, la mia freccia si piantò nel suo collo. Lui urlò; cadde di faccia; lo finii con la sua ascia. Raccolsi le mie lacrime di guerra sul suo dorso, per ogni asiatico caduto. Pregai Montu, affinché la sua gente lo piangesse. Il comandante Ammunenshi mi prese tra le sue braccia.

Infine presi i beni dello sconfitto e presi il suo bestiame. Quel che voleva farmi lo feci a lui. Presi ciò che era nella sua tenda; spogliai il suo campo. Così divenni celebre, in salute e ricco, pieno di armenti. Furono gli dei ad agire, per mostrare misericordia a qualcuno che era stato vittima della rabbia, qualcuno che era fuggito lontano. Per quel giorno il mio cuore trovò la pace.

Un fuggiasco fuggì, ma io sono noto nella mia città.

Un ritardatario ritardò nella sua rabbia.­

Io ho dato pane al mio vicino.

Un uomo che lasciò la sua terra spoglio di ogni cosa.­

Io ho avuto vestiti e lino raffinato.

Un uomo che corse lasciando tuttto.­

Io sono ricco di servitù.

La mia casa è felice, le mie stanze grandi, ma i miei pensieri corrono al Palazzo reale.

Quale che sia il dio che ha voluto questo, è stato generoso, nel darmi la mia casa. Di certo mi lascerai vedere il palazzo dove abita il mio cuore. Nulla è più importante del che il mio corpo sia seppellito nella terra da dove proviene. Vieni in mio aiuto. Cosa accadrebbe se questo lieto evento dovesse avverarsi? Possano gli dei compatirmi, possano rendere felice la fine di qualcuno con cui sk caricarono d’ira. Possa il loro cuore impietosirsi davanti ad un uomo costretto avivere da reietto. Se davvero oggi devo essere sereno, possano essi udire la preghiera di un uomo lontano:

Lasciate che torni a quella terra da cui mi avete strappato.

Precedente Codice Funerario Successivo Saluto al Wep Ronquet

Lascia un commento

*